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Fagocito ergo sum

Il Vino e l’Altrove

Il luogo è un appiglio, un posto dove, in un modo o nell’altro, s’è sentito di essere. Di esserci. 

A causa della virtualizzazione delle nostre esistenze e, con esse, delle nostre relazioni, lo spazio e soprattutto il luogo è andato spogliandosi della sua natura fisica: il virtuale lo ha esautorato lasciando, al suo posto, un archivio di succedanei come le immagini delle geo-localizzazioni, i like, le emoji, qualche commento e poco altro. 

Eppure, non tutto è andato perduto: degli elementi hanno resistito configurandosi come appigli in grado di ricondurre l’uomo al rassicurante e familiare cartesianesimo in cui ha navigato negli ultimi quattro secoli. Sono elementi ideologici perché si stagliano contro e, con la loro natura in limine tra reale e virtuale, metaforico e figurativo, formale e sostanziale, istituiscono altri mondi, altre regole figlie di piccole ma virtuosissime nicchie di resistenza. 

Così è e fa il vino. In virtù della sua natura sensoriale, il vino è reale, ma anche virtuale nella sua capacità di custodire una realtà in potenza: quella che evoca al degustatore. La sua diretta matericità lo rende figurativo ma è anche metaforico nel traslare simbolicamente i contenuti della sua storia, che non si vedono, si intuiscono, si immaginano. Ma c’è di più: a differenza di altri liquidi suoi simili, il vino è più contenitore che contenuto: contenitore e veicolo di cultura e, sopratutto, appiglio per l’essere, per l’esserci, allorché costringe la coscienza alla coscienza, appunto, richiamando chi lo degusta all’attenzione del tempo e dello spazio: il tempo della vendemmia, per dire, che può essere occorsa anche molto prima, quello del riposo in cantina – possibile da indovinare – e il luogo dove tutto questo s’è consumato. Oltretutto, si è sempre in un luogo e in un tempo quando si degusta il vino: immessi nello storicismo degli squisiti deittici “qui” e “ora”, hic et nunc come li chiamava Heidegger nel suo “Essere e Tempo”. E tempo, sì. E luogo. Il vino, nella fattispecie, è luogo: il luogo da cui proviene, per cominciare, e soprattutto in Francia e in Italia dove si fanno ancora vini che sanno di luoghi e che del luogo da cui provengono sono, o vorrebbero essere, esatta rappresentazione sia essa acquerello o trompe-l’œil, veduta o paesaggio, astratto o mappa geografica. Non si pensi, del resto, che questo sia scontato, poiché altrove i vini hanno altre chimere, come si fa in Australia o in Nuova Zelanda dove il vino sa del vitigno, o dei vitigni, di cui è composto.

Shiraz in Barossa Valley

Qui da noi, si diceva, il vino rivendica la sua natura squisitamente territoriale e resiste al deterioramento dei luoghi contro cui si staglia come diretta sua nemesi. La storia, a questo proposito, parla chiaro: è ai monaci francesi che va riconosciuto il merito di aver sviluppato e perfezionato quelle tecniche enologiche sulle quali si fonda l’enologia moderna, e non è un caso che «le deità da cui prendono il nome i paesini francesi – pagane come Mercuerey e Juliénas o cristiane come Saint-Amour e Saint-Joseph» siano ancora lì a vigilare sui vigneti i quali debbono il proprio carattere non solo alla composizione del suolo «ma anche ai riti sacrificali di comunità dalla lunga vita.»

Il villaggio di Saint Amour in Borgogna

Lo scrive lo Roger Scruton il quale ravvede nel vino la garanzia, la certezza, finanche la testimonianza del luogo. E, con lui, Mario Soldati che dal ’68 e poi nel ’70 e quindi nel ’75 se ne andò alla ricerca del vino genuino – già allora! – là dove quel vino veniva fatto.  Che nel vino, si sa, non ci sono solo profumi: in esso si agitano salienze percettive intimamente legate a un mondo invisibile e pure vividissimo, quello dei ricordi legati, a loro volta, ai luoghi, tanto da lasciar presupporre l’esistenza di un mondo dominato da altre regole, «il mondo abitato dai cani – per dirla con Luigi Moio – che è un mondo totalmente odoroso» e, pertanto, psico-olfattivo. 

Di vini territoriali, se non iper-territoriali, la contemporaneità è vivacemente e felicemente abitata: gli Champagne di Cramant, nella Côte des Blancs, per esempio, nettari sapidi e taglienti, esatte sublimazioni della craie che qui, sempre felicemente, affiora; allo stesso modo, gli efebici e deliziosi Pinot noir di Fixin della Côte de Nuits, in Borgogna, abitati da una delicatezza femminea che altrove, per esempio ad Echezeaux, appena pochi km più a sud, lascia il posto a una mascolinità solenne, e severa. Allo stesso modo, eloquentissimi nel parlare del territorio sono i Sangiovese cresciuti nelle colline di Modigliana, forieri di uno slancio e una levità specie-specifiche, appunto, del suolo e dello stile di questo piccolo comune romagnolo.

Modigliana, il Ponte della Signora

Ma non si tratta solo del luogo del vino, ma anche del luogo dove il vino conduce: c’è un Pigato, nella riviera ligure di Ponente e, precisamente, in quel di Salea, ad Albenga, che ha avuto il potere di ricordarmi un pomeriggio d’estate quando dopo aver assaggiato “le pesche nel vino” di mio nonno andai a dondolarmi in giardino su un tappeto strepitante di aghi di pino; i brividi salati di un bagno al mare d’inizio estate e i merletti legnosi, orlati di grafite, delle matite. 

Altrettanto potente, un vino le cui uve crescono nella Valle della Beqā, a nordest del Libano, che sembrava fatto dello stesso impasto rugginoso di un taglio di vent’anni fa, del suo dolore pruriginoso e dolce allorché mi recai a casa per medicarmi e c’era il soffritto che sfrigolava nel midollo e l’odore sepolcrale di un vecchio armadio assieme a quello, più clinico, della naftalina.

Se c’è dunque una magia, nel vino, al di là delle sue più o meno persuasive salienze gusto-olfattive, è quella di condurre in luoghi dove ancora non si è stati, o dove si è stati in ricordi che si credevano dimenticati: luoghi reali ma anche fantastici, che vivono e attingono dal mondo dell’inconscio e che, in quanto tali, sciolgono tensioni e pulsioni lasciando beati e storditi a contemplar nient’altro se non la fortuna d’esser vivi.

 

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